Come sarebbe andata se…?
Un gioco ucronico per sbirciare nelle vostre vite parallele
Mentre scrivo, il mondo (o quasi) dibatte su quanto sia geniale il nuovo spot di Iliad con Megan Gale che dopo quasi 30 anni sceglie di cambiare operatore. Mi viene da dire che ci ha messo un po’ a decidersi.
E mi viene anche da dire che quando questo articolo uscirà, fra pochi giorni, di Iliad continueremo a ricordare soprattutto la musichetta disturbante degli albori.
Quella roba lì è arrivata nel lontano 2018, quando ancora la TV la guardavano gli under 75 e quando ancora capire che operatore avevi ti definiva un po’ come persona. Oggi – io non sono nessuno per dirlo, ma questo è lo spazio dove faccio un po’ quel che mi pare – sapere che Megan Gale ha cambiato operatore produce lo stesso scompiglio del cambio di casacca di un parlamentare 5 Stelle.
A me sembra, insomma, l’ennesima operazione di nostalgia marketing che fa discutere perlopiù gli addetti ai lavori e dà un ulteriore pretesto a Millennial e GenZ per accapigliarsi, arrivando persino a brandire i film dei Vanzina come vessilli culturali di cui andare fieri.
A ogni modo, non voglio parlare ancora di nostalgia (ne ho parlato qui, qui e qui, e continua a irritarmi come sentimento: che la scrittura non sia così terapeutica, forse? Ecco un’unpopular opinion che potreste buttare lì per risultare irresistibilmente disruptive alla prossima cena aziendale).
Voglio parlare, invece, di un altro modo di farsi male con il passato: l’ucronia personale.
In una recente intervista di Mario Calabresi a Emmanuel Carrère si parla dell’ultimo libro dello scrittore francese, Kolchoz, in cui ripercorre la storia della sua famiglia, soffermandosi in particolare sulla figura della madre e – come spesso accade nelle sue opere – interrogandosi su come sarebbero andate le cose se, in alcuni momenti fondamentali, invece di prendere una direzione la vita ne avesse presa un’altra. Entra insomma nel territorio dell’ucronia, a cui in gioventù aveva dedicato la tesi di laurea, confluita poi in un saggio.
Un’ucronia è il racconto di una storia che non è accaduta. Costruisce un mondo alternativo a partire da uno snodo decisivo per le sorti dell’umanità – come l’esito della battaglia di Waterloo o il televoto che assegna la vittoria a Sal Da Vinci – e prova a immaginare come sarebbe andata se.
Il termine fu coniato dal filosofo francese Charles Renouvier nel 1876 in un libro che si chiamava proprio Uchronie, ed è costruito per analogia con utopia: se utopia è il non-luogo (ou-tópos), ucronia è il non-tempo (ou-chronos).
È un genere letterario applicato alla Storia – l’esempio più rappresentativo è La svastica sul Sole di Philip K. Dick, che nel 1962 immagina un mondo dominato dai nazisti – ma prende corpo anche al cinema: ne La vita è meravigliosa di Frank Capra, James Stewart sull’orlo del suicidio si ritrova a vedere com’è il mondo nella versione in cui lui non è mai nato. Sliding Doors (se avete più di 25 anni lo sapete già) biforca la stessa giornata in due binari paralleli a seconda che la protagonista riesca o no a prendere la metropolitana. Quentin Tarantino in Bastardi senza gloria fa morire Hitler in un cinema di Parigi, mentre in C’era una volta a Hollywood riscrive il finale degli omicidi della Manson family.
Ma l’ucronia può essere anche una pratica individuale: ogni volta che ci chiediamo “e se quella volta avessi fatto così e non cosà”, stiamo costruendo la nostra piccola ucronia privata.
Una macchina sputa-ucronie
Siccome pascolare su Claude Code e GitHub mi dà lo stesso epidermico piacere di non-so-cosa-sto-facendo-ma-lo-faccio-comunque di quando sgambettavo su Macromedia Dreamweaver (a proposito di farsi male con il passato), ho deciso di dare corpo al vostro rimuginare, offrendovi la possibilità di sbirciare in una piccola ucronia.
Più sotto, trovate il link a un gioco. È una macchina che improvvisa ucronie. Voi le porgete una domanda (ad esempio: “e se non avessi mollato gli studi?”, “e se mi fossi trasferita a Roma a 20 anni?”, “e se quel giorno avessi detto sì?”) e lei vi restituisce un breve scorcio di vita parallela, una descrizione di come sarebbe andata.
Occhio, la vostra ucronia è scritta da un’Intelligenza Artificiale che non vi conosce e non sa niente di voi. L’output che riceverete non racchiude nessuna verità assoluta, né vi può dare risposte sulla vostra vita.
Per farla funzionare al meglio, datele un po’ di contesto, ma senza ammorbarla con i vostri rimpianti. Invece di chiedere “e se fossi partito per la Svezia?” raccontate brevemente cosa è accaduto, com’eravate all’epoca, cosa ha motivato la vostra scelta (pigrizia e vigliaccheria: anche l’AI lo sa che il motivo per cui i grandi amori non sbocciano sono questi).
La macchina è stata istruita per non rilanciare con un’ulteriore richiesta. Niente dark patterns che vi terranno incollati fino alle 4 del mattino a fare conversazioni immaginarie con il vostro amore perduto.
Lo scopo è dare un’occhiata nella vostra ucronia e poi tornare qui sul pianeta Terra, nel 2026. Non costruite a oltranza romanzi privati su quella vita alternativa. Pensate a Søren Kierkegaard.
Come Søren insegna
Kierkegaard, a ventisette anni, si fidanza con Regine Olsen, di nove anni più giovane e di cui era innamorato da tempo.
Quasi subito cade in una crisi profonda. Si convince di non poter essere un buon marito e di non riuscire a coniugare studi e vita matrimoniale. Un anno dopo, nell’ottobre del 1841, rompe il fidanzamento.
Da Wikipedia leggo: “Pare che lui una volta l’avesse invitata a fare una passeggiata in carrozza e lei ne fosse davvero felice, ma giunti poco lontano fece rientrare il vetturino affinché lei si abituasse a negarsi i piaceri”.
Vi prego, se siete studiosi di Kierkegaard, ditemi se questa cosa è vera.
A ogni modo, Regine sposerà nel 1847 un altro uomo. Kierkegaard – pur essendo stato la causa della rottura – non si riprenderà mai. Per gli anni che gli restano da vivere (morirà nel 1855) scriverà ossessivamente, sotto pseudonimi diversi, libri che ruotano in modo nemmeno troppo nascosto attorno a quella scelta. Nel suo testamento, anni dopo la rottura, lascerà tutto a Regine. Lei rifiuterà.
Da questa ferita autobiografica nasce la sua teoria più nota: i tre stadi dell’esistenza. Per Kierkegaard ogni vita può essere vissuta a tre livelli di profondità crescente.
Il primo è lo stadio estetico: la vita di chi cerca il bello, l’interessante, il piacere; di chi tiene aperte tutte le possibilità per non doverne scegliere nessuna. Il prototipo è Don Giovanni che ama tutte le donne per non amarne mai davvero una. Sembra una vita libera, in realtà per Kierkegaard è una vita disperata, perché chi non sceglie non esiste, è sospeso.
Il secondo è lo stadio etico: la vita di chi sceglie. Sceglie un lavoro, una persona, un dovere, una direzione. Il prototipo è un giudice ordinario e sposato. Sembra una vita noiosa, ma Kierkegaard la ribalta: il giudice è più libero del seduttore, perché ha assunto se stesso come compito. Esiste anche un terzo stadio, quello religioso, che riguarda il salto della fede; ma per il nostro discorso bastano i primi due.
Chi rumina all’infinito sulle vite parallele sta vivendo precisamente nello stadio estetico. Sta contemplando senza scegliere. È, per dirla con Kierkegaard, in una forma di sottile di disperazione. E nessuno lo sapeva meglio di lui, che ha rimuginato per tutta la sua breve vita sulla graziosa Regine.
Dopo tutto questo pippotto, vi siete meritati il link.
🧙♂️ IL GIOCO DELLE UCRONIE 🧙♂️
Se vi va, raccontatemi qualcosa di ciò che vi ha restituito. E se no, buttatelo via. E ricominciate a fare la scelta sbagliata.






Esatto! Oggi diremmo che lui è una red flag ambulante 🚩
Ho interrogato l'oracolo su tre dei miei numerosi bivi e devo ringraziarlo perché mi pare che sia progettato per restituire un'esistenza talmente squallida da farsi passare ogni rimpianto. C'è solo quella tesi universitaria del 2003 su Brodskij che non sembra male, poi però finisco a Mosca in un monolocale da dividere con altre 3 ragazze e passa ogni poesia.