Perché è così difficile essere di sinistra
Breve diario di un concorso di colpa
Quando ho iniziato a votare io, non c’era la destra e la sinistra. C’erano i berlusconiani e gli antiberlusconiani. A me sembrava semplice la politica, perché ciò che era sbagliato era incarnato da soggetti molto riconoscibili: una nutrita accolita di arricchiti cafoni, un branco di neofascistelli che scimmiottavano i bei tempi andati, orde di genti del nord che insultavano quelli del sud e genti del sud che insultavano quelli ancora più a sud, fin dove si perde lo sguardo.
Le miserie e le contraddizioni della sinistra c’erano già e io le percepivo, mi ci incazzavo pure, ma il nemico era così grande e così potente - con i suoi giornali, le sue letterine e i suoi “ciao besughi” - che era impossibile fare di più di un’onesta e levigata “analisi della sconfitta”.

In fondo a sinistra
Poi, però, lo scenario ha iniziato a complicarsi e sempre più mi pareva che chi la pensava come me non necessariamente votasse come me. Ai Vaffa Day partecipavano persone che erano allineate al mio pensiero, ma si rifiutavano di dare il loro voto (come invece avevo fatto io) a chi pattinava nella campagna elettorale esibendo l’agghiacciante perifrasi “Il principale esponente dello schieramento a noi avverso”.
Che avessero ragione loro? Davvero, forse, il maglioncino di Bertinotti non era stato un vuoto casus belli, ma la prima crepa estetica nell’infrastruttura di un intero sistema che avremmo scoperto essere in grado solo di guardarsi l’ombelico, senza saper comunicare neanche l’idea più semplice?
Che fossero - e fossimo - tutti solo uno smarrito esercito allo sbando, che dalla Bolognina in poi non faceva che ondeggiare senza una direzione, come le falene contro i lampioni d’agosto?
Quando ho iniziato a votare io, essere di sinistra mi sembrava un ammirevole martirio, con il tempo è diventato un imbarazzante concorso di colpa.
E la colpa non riguarda solo l’essere apparentata a una certa classe politica perché, beh, li hai votati. La colpa te la porti dentro perché sei come loro. Incoerente, ipocrita, coccolata dal sistema.
A sinistra di cosa?
Le scelte consapevoli, gli acquisti responsabili, le campagne di boicottaggio. Sai che c’è sempre qualcuno più a sinistra di te.
È facile essere antifascisti. Tranne che per i fascisti, s’intende. Più difficile è mettere in discussione tutto il resto.
Qualche settimana fa, mentre eravamo in macchina, mio figlio mi ha chiesto “che cos’è il capitalismo?” e io - che di mestiere faccio spiegare le cose alle persone - non ho saputo dirglielo in parole semplici. Continuavo a pensare - mentre mi inerpicavo in circonlocuzioni non dissimili da quelle di veltroniana memoria - che “tutto è capitalismo, in fondo”.
Lì, in mezzo al traffico, nello spasmodico tentativo di far vedere che so-le-cose, non mi è venuto in mente cosa potesse esserci d’altro. Il contrario di capitalismo mi sono sembrate, nella mia testa, le borracce e i cubetti di tofu. E mi sono sentita smarrita.
E poi mi fa stare male la politica internazionale, ma non solo per quello che succede, ma per come svela i lati oscuri delle persone. Ciò che accade intorno a noi, perlomeno ciò che arriva a toccarci tra uno scroll e l’altro, è un cazzo di film dell’orrore in cui sembra proprio facile capire chi sono i cattivi, no?
Sono quelli che invadono i Paesi, bombardano gli ospedali, sterminano i civili e li lasciano a morire di fame in mezzo ai topi, sperando che topi e persone possano essere ottimi fertilizzanti per i giardini meravigliosi che adorneranno i loro resort di lusso.
Chi vota come me lo sa che sono questi i cattivi, vero? E invece no, c’è qualcuno che eri convinta fosse simile a te e che ti dice che devi contestualizzare, che hai preso un abbaglio, che è più complesso di così.
Quindi chi sono io? Quella che vota come votano loro? Quella che si illude ancora che il voto contribuisca a definire l’identità di una persona?
Ho un rigurgito manicheista
La cosa più difficile dell’essere di sinistra è questa faccenda dell’“abbracciare la complessità”. Ti devi mettere in discussione, sempre. Per vocazione interiore, ma anche per adesione a un ideale che si fa sempre più intellettuale e meno vicino alla carne delle cose.
Non ci sono più i padroni e gli operai. Ci sono gli algoritmi, che non sappiamo se siano il male assoluto o uno strumento di emancipazione. C’è il progresso della tecnologia, che forse farà diventare i poveri sempre più poveri e gli ignoranti sempre più ignoranti. Ma che fai? Non cavalchi il progresso? In fondo, sei progressista, no?
E siccome chi si mette in discussione a un certo punto finisce per fare quella cosa di mettersi nei panni dell’altro, ho provato a pensare a me stessa se votassi a destra, molto a destra.
Ho usato nella mia testa le caratteristiche più stereotipate e aberranti, lo ammetto. Non ho pensato alla destra moderata, all’imprenditoria illuminata, ai centristi brave persone. No. Sono caduta proprio verso ciò che mi fa orrore.
Va bene abbracciare la complessità, ma così sarebbe stato troppo. È stato più semplice pensare a un avversario netto, definito, dai contorni grevemente inconfutabili.
Ed è stato come quando hai l’influenza e una narice tappata. E il tuo essere ruota tutto attorno a quella narice. E quando ti si libera, rivaluti l’atto del respirare.
È stato utile. Pensarmi a destra, molto a destra, mi ha fatto guardare con rinnovato affetto a questa sgangherata sinistra.
Ma mi ha anche fatto pensare che è tutta la vita che faccio così. Votare il meno peggio. Essere il meno peggio.



Hai descritto perfettamente la nostra situazione politica. Mi vengono in mente le parole di Montanelli che spesso Travaglio riporta, quando diceva che da Berlusconi in avanti l'Italia non avrebbe più conosciuto una vera destra, e che anzi i veri elettori di destra si sarebbero vergognati di essere rappresentati dal Cavaliere. Il bipolarismo degli anni '90/00 è stato lo sfondo che ha permesso ai politici di chiudere il nostro orizzonte del pensabile e ci ha costretti ad accettare la logica del meno peggio di cui parli
Essere il meno peggio è quasi ambizione. Al di là della battuta, lo è davvero perché prevede il confronto con ciò che si ha intorno e la critica di ciò che si è dentro. Però io col braccio teso e l'ottagono sul petto non riesco a vedermi, forse perché mi immaginerei appeso a testa in giù.