Sopravvivere all’ascensore
Un piccolo rehab per chi odia i convenevoli
La cosa bella di invecchiare è che si inventano modi sempre più creativi per trovare il lato positivo dell’invecchiare stesso: “oh, adesso non ho più paura di entrare in un negozio con il sacchetto di un altro marchio”; “oh, adesso ho imparato un metodo infallibile per aprire il barattolo delle olive”; “oh, adesso so infilare una chiavetta USB al primo colpo”. Certo, certo.
Nel frattempo, però, vi cade la faccia. Se prendete aria da sudati vi bloccate per una settimana. Pregate ogni giorno che non si avvicini il moloch della disfunzione erettile o quello delle vampate di calore. A ciascuno il suo.
Io, che oggi compio 43 anni, e per qualcuno sono ancora giovane, ma per qualcun altro sono alla stazione dei treni inesorabilmente perduti, so che in alcune cose non sono migliorata. Nonostante io tenda a credere all’evoluzione – o all’involuzione – ma comunque al cambiamento, so che certe caratteristiche restano lì. E forse così saranno per sempre.
Per me, una di queste è la scarsa sopportazione dello small talk, le chiacchiere leggere, i convenevoli vuoti e ipocritamente zuccherosi, quello scambio di informazioni inutili con persone che conosci così-così o che non vorresti conoscere affatto.
Quel tipo di conversazione che a un certo punto può persino sfociare nella condivisione forzata di aneddoti personali non richiesti, con un livello di dettaglio alla Hieronymus Bosch.
In una mia personale scala dell’insofferenza fisica, i convenevoli arrivano a ridosso di “persone che urlano in treno”, ma sicuramente molto dopo rispetto a grandi motivi di repellenza come “alito altrui sull’autobus” o – ancora oltre – “Vannacci”.
Se volessi cercare le cause psicologiche del mio malessere – cosa che ovviamente ho fatto – potrei dire di avere un bisogno di cognizione particolarmente alto. (Uh! Che brividino di piacere attraversa la mia corteccia prefrontale.)
Ma sarebbe come dire che ho la pancetta perché sono molto empatica verso la torta di mele.
La realtà è che non sono capace. Non so indugiare nei convenevoli e questo mio malcelato malessere può comportare un deficit di allineamento sociale.
Lo small talk non serve infatti a scambiare informazioni reali, ma a creare legami all’interno della propria comunità di riferimento.
Quando qualcuno vi chiede come avete passato il weekend (o – peggio – inizia a raccontarvi il suo) non vuole saperlo sul serio: sta stabilendo una connessione, seppur flebile, passeggera e mortalmente noiosa.
I convenevoli, quindi, sono una necessità sociale, che mi/vi piaccia o no.
C’è da dire, poi, che invecchiare non vuol dire solo dimenticare la parola mojito e imparare la parola retinolo. Vuol dire anche crescere.
Per questo, ho creato un piccolo coach che mi allena a gestire una situazione molto scomoda: l’ascensore.

Funziona così. Le porte si aprono e dentro c’è qualcuno. Il qualcuno lo scegliete voi, tra quattro scenari diversi, perché ogni incubo ha le sue specificità.
C’è il collega del lunedì mattina, quello che conoscete giusto quanto basta per non poter fingere di non averlo visto, ma nemmeno così bene da parlare di vita vera. E d’altro canto, nemmeno volete saperne di più dei fatti suoi. Per questo, dovete camminare sullo spietato filo del cazzochemenefrega.
C’è la vicina di casa che sa tutto del palazzo e quindi di voi, dei vostri orari, di cosa avete buttato ieri sera nel cassonetto del vetro, di come fate rumore mentre fate sesso (o di come non lo fate da troppo tempo, e per questo vi scruta scuotendo la testa).
C’è il vecchio zio insopportabile, con cui salite verso una cena di famiglia a cui non potete sottrarvi. Solitamente è un po’ fascio, se siete di sinistra, oppure di sinistra se siete un po’ fasci. Ma ho il sospetto che nella seconda ipotesi non sareste qui.
C’è poi la persona di cui siete segretamente innamorati, che è il modo più crudele di trascorrere otto piani. L’ascensore è l’amplificatore della vostra inettitudine relazionale, il detonatore di tutte le fantasie erotiche accumulate da settimane e che adesso collassano producendo un verso gutturale o un patetico “eh, già”.
A ogni piano l’altro dice la sua. E voi dovete rispondere, scrivendo per davvero quello che direste. Qui entra in scena il coach, che vi osserva battuta per battuta e vi restituisce il suo parere.
Alla fine della corsa scoprite che tipo di passeggero siete e ricevete un voto, elaborato da un’AI che vi giudica senza sapere cosa siano l’imbarazzo, l’insofferenza, il refrain nel cervello che ripete ossessivamente “perché non ho preso le scale?”.
Un giochino inutile che vi porto in dono, visto che voi un regalo a me non lo potete fare.
⬆️ SOPRAVVIVERE ALL’ASCENSORE ⬇️
Poi, ovviamente, tornate qui e ditemi come è andata.



In ritardissimo sul compleanno, mi sono divertita con l'ascensore. Ho scelto la persona che amo segretamente e il risultato è: L’Equilibrista.
Sai leggere la stanza, anzi la cabina: un po’ di copione, un po’ di verità, mai troppo di nessuno dei due. Sembra la categoria migliore, e infatti è la più faticosa – stai facendo micro-calcoli sociali ogni due secondi. L’ascensore arriva, tu sei già stanca.
Sono esattamente io. Grazie per questo giochetto.
io non è che non riesco. IO NON VOGLIO. (ok ok non riesco)